Personaggio: Waldo Jeffers, protagonista di The Gift (Velvet Underground)

Accompagnatore: Armando Minuz, editor, chitarrista, autore del romanzo Ho portato sulle spalle mio padre (ed. Nutrimenti).

I consigli
Luce d’agosto, William Faulkner
Perché è un libro di uomini e donne che sperano e disperano, vincono, falliscono, e poi martiri e peccatori che sbucano da dove meno te l’aspetti, il santo dove doveva esserci il diavolo e viceversa. È stato questo libro che mi ha fatto pensare per la prima volta che anche la mia ragazza… Be’, la mia ex ragazza, forse aveva i suoi buoni motivi per fare quello che ha fatto. Ma non voglio divagare. Ascoltatevi The Gift se volete saperne di più. Del resto Lou l’ha scritta per me.
Leggo e rileggo spesso qualche pagina di Luce d’agosto, quasi come fosse una vacanza. Un libro che è come la vita stessa, capace di offrirti grandi atti di carità e magnificenza e, subito dopo, certi schiaffi…

Rigodon, Louis Ferdinand Céline
Lo so, sono tremendo. Lo diceva sempre anche la mia ex.
È che sono fatto così, forse era questo che la mandava in bestia. Non mi piacciono le situazioni facili, così come non mi piacciono i libri facili. E meglio se sono di scrittori morti. Morti da un pezzo.
Questo Céline per esempio. L’ultimo Céline. Che io mi immagino morto con ancora la penna in mano, con ancora in bocca le ultime parole di questo Rigodon, che lui comunque voleva chiamare Colin-maillard (mosca cieca). Ma tanto era morto, e si sa che i morti non li ascolta mai nessuno.
Non importa, in ogni modo. Perché il Rigodon, se non lo sapete ve lo dico io, è una danza scalmanata, una specie di sarabanda, per la precisione un ballo folk occitano. E così è questo libro, in cui ci trovi un esercito (quello nazista) in svelto disfacimento. Ci trovi uno scrittore in fuga per un’Europa sventrata, accusato di collaborazionismo. Ci trovi anche il gatto Bébert. Che, fidatevi, sarà il vero personaggio di cui non vi scorderete più. Altro che ricci eleganti! Questa è la Letteratura Francese. Allez, allez!

Gli ultimi giorni di Pompeo, Andrea Pazienza
Non so come, mi ritrovai in mano questo volumone che una povera scema come la mia ex ragazza, magari, definirebbe un libro “di fumetti”.
Io ho pensato, ragionandoci su per giorni e mesi, che forse Andrea era così bravo che alla fine la sua fama ha valicato anche l’oceano. Fatto sta che me lo trovai fra le mani, semisepolto nel negozietto di un vecchio libraio italiano di Nolita.
Fui subito attratto dalla copertina, ma del testo non capivo una parola, era tutto in italiano. Però le immagini erano così belle che me lo portai a casa comunque, al prezzo di una birra, che offrii davvero al libraio e che poi lui ricambiò. Ancora e ancora…
Il mattino dopo, passati i postumi della sbronza, notai che il libro era lì, sul pavimento, e dalla copertina sembrava guardarmi. Mi ricordai allora di Manuel, il mio amico che gestiva una tintoria nel Lower East Side. Passammo notti sul tetto di casa sua, la luna sopra di noi e in lontananza il ronzio del traffico americano. Lui che continuamente si asciugava gli occhi, leggendomi con il fiato corto e le parole sputate fuori come brevi mitragliate le parole di Pazienza, tradotte in tempo reale dall’italiano all’inglese. Io che fumavo e respiravo l’aria fredda della notte e ascoltavo a bocca aperta tutta quella meraviglia, sepolta fra le sfumature di una lingua a me sconosciuta.
Non so se quel libro mi stregò per l’avventura mia e di Manuel, o solo perché è un capolavoro che tutti dovrebbero leggere.