“Lost in translation”. I cospiratori incontrano Ilaria Piperno e Daniele Petruccioli

Con quel formato, quei colori e quelle illustrazioni, ha attirato immediatamente la nostra attenzione. Con le preziose parole che contiene ci ha definitivamente conquistato. Lost in translation ci è piaciuto fin da subito, abbiamo iniziato mettendolo in evidenza sul tavolo delle novità e siamo finiti a consigliarlo più o meno a tutti. Ci è venuta voglia di saperne di più, e quindi di conoscere la persona che l’ha scoperto e tradotto perché potessimo leggerlo. Poi ci siamo accorti che questo libro dava lo spunto per parlare di un tema che non abbiamo mai affrontato con i cospiratori, la traduzione, e allora ci è venuto in mente di discuterne con qualcuno che, dell’argomento, ne sa.

E così sabato 20 febbraio abbiamo incontrato Ilaria Piperno e Daniele Petruccioli, insomma abbiamo invitato due traduttori a parlare di parole intraducibili.

Eh sì, perché Lost in translation è un libro che raccoglie cinquanta parole di varie lingue del mondo che hanno la particolarità di essere intraducibili. Cinquanta parole che spalancano le porte di culture e mondi lontani, che richiamano abitudini e tradizioni talvolta curiose per noi, e contemporaneamente sensazioni ed emozioni conosciute e riconosciute universalmente. È un libro paradossale, ossimorico, come l’ha definito Ilaria Piperno, perché mette al centro l’intraducibilità, l’impossibilità di rendere una parola in un’altra lingua, di far entrare una parola in un’altra cultura, ma allo stesso tempo è un invito a perdersi letteralmente nella traduzione, a prendere in prestito e appropriarsi dei termini delle altre lingue così come sono, senza mediazione. Perché se è vero che ogni lingua ha delle parole uniche che sono il riflesso della propria cultura, del sentire specifico del popolo e della società a cui appartengono, è vero anche che se nella propria lingua non si ha la parola giusta per indicare una certa sensazione si può colmare la lacuna attingendo a un altro idioma. Il senso del libro è tutto qui, in queste frasi che l’autrice Ella Frances Sanders ha voluto mettere a mo’ di introduzione.

Le parole di questo libro potrebbero rispondere a domande che non sapevate di voler porre, o magari ad alcune che avete già posto. Potrebbero identificare con precisione emozioni ed esperienze che apparivano vaghe e indescrivibili, o magari vi faranno ricordare una persona dimenticata da tempo. Se di questo libro vi rimarrà qualcosa in più, oltre ad alcuni spunti per una conversazione brillante, sarà la consapevolezza – o la conferma – che siete esseri umani, intrinsecamente legati a ogni singola persona sul pianeta attraverso la lingua e le emozioni. Se nella vostra lingua madre ci sono piccole ma importanti lacune, niente paura: potete ricorrere ad altre lingue per definire il vostro stato d’animo.

Lost in translation è un libro fortunato, così ce lo presenta Ilaria Piperno. A pochi mesi dalla sua uscita registrava già la terza ristampa. In Italia è arrivato un po’ per caso, proprio attraverso Ilaria che l’ha ricevuto, nella versione originale americana, in regalo da un’amica. È stata una fortuna trovare un’autrice tanto disponibile e entusiasta all’idea che il suo libro potesse essere tradotto in italiano. E che dire del fatto che il primo (e unico) editore a cui Ilaria l’ha proposto abbia deciso subito di pubblicarlo? Nonostante Lost in translation, per la sua natura ibrida e inclassificabile, potesse sembrare poco affine alla linea editoriale di Marcos y Marcos, ha suscitato l’entusiasmo della direttrice editoriale Claudia Tarolo, a sua volta traduttrice e quindi particolarmente interessata all’argomento del libro.

“Intervistata” da Daniele Petruccioli, Ilaria Piperno ci ha descritto il modo in cui ha lavorato sul libro, il rapporto di collaborazione che ha instaurato con il revisore (che invece troppo spesso, come ha sottolineato Petruccioli, non è proprio idilliaco) e le principali difficoltà che ha incontrato nella traduzione di Lost in translation. La parte più difficile, ci ha detto, è stata restituire il ritmo, la freschezza, l’ironia del testo, come anche il fatto di dover tenere conto delle illustrazioni, che possono essere a loro volta considerate una forma di traduzione. Ci ha rivelato che nella versione originale il libro conteneva un termine italiano, “commuovere”, che poi, in accordo con il revisore, si è deciso di eliminare. La traduttrice si è soffermata su alcune delle sue parole preferite, come cafuné che in portoghese brasiliano indica “l’atto di passare teneramente le dita fra i capelli della persona amata” e naz, che in urdu significa “l’orgoglio e la sicurezza che ti invadono quando sai di essere amato incondizionatamente”.

Durante l’incontro si è parlato anche della figura del traduttore in generale, “professionista liquido”, un po’ autore, un po’ scout, un po’ agente letterario. Dell’abilità dei traduttori italiani, i migliori secondo Petruccioli, perché allenati da una lunga consuetudine alla traduzione (buona parte dei libri che si pubblicano in Italia sono “importati” dall’estero).

Si è parlato di cosa significa effettivamente tradurre, è cioè traslare ma anche riscrivere, tenendo conto dei suoni, del ritmo, e dei riferimenti culturali della lingua di partenza e d’arrivo, il tutto passando attraverso il filtro della sensibilità del traduttore. Ogni traduttore riscrive e interpreta, ed è quindi impossibile ottenere un’unica traduzione per ogni testo. Proprio a questo proposito, Daniele Petruccioli ha citato un autore molto amato dai librai e dai lettori di Lotto 49: Michele Mari. Nel racconto La freccia nera, contenuto nella raccolta Tu, sanguinosa infanzia, Michele Mari narra un episodio di quando era ragazzino: riceve in regalo dal padre un romanzo di Stevenson, La freccia nera appunto, ma, accorgendosi di averlo già letto, si trova in forte imbarazzo e non ha il coraggio di dirglielo. Leggendo la prima pagina, però, Mari si accorge stupito di avere tra le mani un testo molto diverso da quello che aveva letto, si trattava infatti di una traduzione differente che rendeva di fatto quel romanzo un romanzo diverso. “Bastava che anche una sola parola fosse diversa da una traduzione all’altra perché l’intima sostanza dei due libri non fosse più sovrapponibile”.

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